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UN VIOLONCELLO NAPOLETANO IN MAROCCO

Casbah di Tangeri, tardo pomeriggio assolato, con vento fresco ed insistente, proveniente dai due mari su cui è affacciata la città.
Una via in cima alle case bianche: vado ad un piccolo ritrovo di musicisti amanti della musica sufi e arabo-andalusa. L’atmosfera di quel luogo è intrisa di un forte aroma di kift,  divanetti e decorazioni  evocano antiche tradizioni arabe.
Dalle pareti occhieggiano strumenti tipici della tradizione musicale locale: un oud (liuto orientale), un rebab (viola orientale), un nay ( flauto), una darbuka e un daff (percussioni).
In un angolo un vecchio  violoncello.
Dopo i convenevoli di rito, mi viene offerto il tipico the alla menta marocchino, occasione di conversazione  e segno di ospitalità. In quell’atmosfera conviviale, nasce spontanea l’esecuzione di brani della nouba Raml El Maya, una delle undici nouba rimaste nel patrimonio musicale arabo-andaluso. Le nouba, in origine ventitrè, erano componimenti musicali che accompagnavano, presso i califfati andalusi, il succedersi delle ore del giorno e della notte. Venivano suonate di seguito e la ventiquattresima ora serviva da pausa. Numerosi musicisti partecipavano all’esecuzione, avvicendandosi durante le ventitrè ore.Tramandate oralmente di padre in figlio per generazioni di musicisti, delle undici oggi rimaste, la nouba Raml El Maya è particolarmente amata e suonata nella regione del nord del Marocco.
Mi colpisce particolarmente Younis, il suonatore di violoncello: potrebbe avere settanta anni e suona con un’energia appassionante.Quando scopre che oltre ad essere italiano sono di origini napoletane, mi dice che il violoncello che ha tra le mani è di liuteria napoletana, risalente al 1759.
Una coincidenza davvero improbabile.
La scuola di liuteria napoletana aveva operato a Napoli dalla metà del '600 ai primi del '900,  con grandi famiglie di liutai come Vinaccia, Gagliano, Filano, Fabricatore, Ventapane e Colace, i cui strumenti, oggi, testimoniano il loro valore storico e artistico.
Quello è anche il periodo che ha visto fiorire Napoli sotto l’aspetto musicale, e ha visto l’evoluzione della canzone napoletana dalle antiche villanelle quattrocentesche.
A differenza delle altre espressioni del folklore musicale italiano, la canzone napoletana, a partire dalla prima metà dell’ottocento, ebbe in effetti una grande popolarità, che la rese famosa non solo in Italia, ma in tutta Europa. Appartenendo alla tradizione legata al bisogno di comunicare sentimenti, per questa sua origine in essa ha un’importanza fondamentale il testo, che prima  di tutto è poesia, cantata in dialetto napoletano. Non stupisce in fondo che questa tradizione così espressiva abbia potuto colpire l’attenzione dei mercanti del XVIII secolo, non stupisce che il Mediterraneo abbia potuto favorire incontri fra culture così simili nel dare valore ai sentimenti e all’arte.
Perché in fondo stupirmi di questo improvviso legame tra Tangeri e Napoli? Sono entrambe luminose e si affacciano sul mare, con importanti tradizioni che si somigliano. Tangeri mi ricorda  Napoli come fu descritta da  Goethe: un paradiso abitato da tanti piccoli diavoli.
Camminando nella medina, inevitabilmente ci si imbatte nei tipici souk e ci si accorge di quanto somiglino ai mercati rionali di Napoli. La gente per strada è rumorosa, prospera l’arte della contrattazione commerciale, il traffico è creativo.
Tutto va piano, tutto è molto lento. In Marocco un proverbio dice: un uomo che ha fretta è un uomo già morto. Saggezza araba.
Tutte queste analogie fanno riflettere.
Pensiamo alla lingua: il dialetto napoletano fu adottato nel quattrocento dalla dinastia aragonese come lingua ufficiale del regno e continuò, durante tutto il periodo della dominazione spagnola, ad avere largo uso presso tutte le classi sociali assorbendo parole spagnole e in seguito francesi.
Come non notare l’analogia con il dialetto del nord del Marocco, un arabo contaminato da termini berberi, francesi e spagnoli?
Due mondi a confronto, ma il confronto è fonte di ricchezza.
Questo è quello che stava accadendo fra un the alla menta e l’odore del kift.
L’intercultura non ci deve spaventare:  in questo momento difficile, bisogna pensare ad uno scambio e non ad un conflitto, in fondo abitiamo tutti sullo stesso pianeta, respiriamo la stessa aria, ci scaldiamo sotto lo stesso sole e ci unisce lo stesso mare.
Riflessioni di quell’ assolato tardo pomeriggio d’agosto a Tangeri.
Un violoncello napoletano in Marocco aveva dato luogo ad  un viaggio nelle origini.
Quel violoncello rappresentava in quell’ istante il legame profondo che c’è sempre stato fra i popoli e che purtroppo manca da qualche anno a questa parte.
Il suo posto era lì nella casbah di Tangeri.
(Antonio Pumpo - Milano, 26/09/2004)

   
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