Per comprendere a fondo l’aspetto taumaturgico-terapeutico di alcuni fenomeni musicali, si deve compiere un viaggio a ritroso nel tempo, risalendo lungo le radici dei popoli migranti, alla scoperta delle musiche che accompagnano i movimenti frenetici dei tarantolati salentini, come il volteggiare dei dervisci rotanti di Turchia, i riti dei sufi egiziani, gli gnawa marocchini, le trance rituali di Baghdad: musica e danza in cui la parte creativa rappresentava, e in molti casi rappresenta tutt’oggi, la liberazione da uno stato psicofisico di sofferenza.
In Italia il fenomeno musicale più rappresentativo è denominato “Tarantismo”. In esso, la fusione tra il ballo della taranta e la musica che lo accompagna, crea un momento mistico dove il rito terapeutico diventa luogo di scambio.
Le prime notizie su questo rito risalgono ai tempi dell’invasione dei Saraceni nell’Italia meridionale, circa il secolo XI. Arrivarono in Italia dalla Turchia, dall’ Egitto e, in particolar modo, dalla Tunisia e dal Marocco; si insediarono in varie zone dell’Italia meridionale, specialmente in Puglia. Rimasero in Italia più o meno un secolo, lasciando molti segni del loro passaggio: fra questi forse uno dei più importanti è questa forma musicale, denominata taranta, che oggi tutti stanno riscoprendo.
A conferma di tale derivazione, basti pensare che all’origine della taranta c’è il famoso morso della tarantola, ragno di origini maghrebine. Il veleno della tarantola procurava alla vittima uno stato patologico accompagnato da un bisogno irresistibile di danzare. Secondo la credenza popolare, la danza aveva come funzione quella di espellere il veleno attraverso il sudore, ma è stato provato che il morso del ragno era generalmente immaginario.
Nel Salento la danza detta del ragno, ha per supporto musicale una variante locale della tarantella, chiamata pizzica tarantata, che in Italia è diventata di moda da qualche anno a questa parte.
Si organizzano sempre più di frequente concerti di pizzica nei quali i tamburelli “la fanno da padrone”, coinvolgendo tanti giovani che si scatenano nel ballo. I corpi vibrano nella musica e nello spazio, la folla forma la “ronda” (cerchio) e l’emotività dei danzatori coinvolti dal ritmo ossessivo, si avvicina ad una dimensione quasi primitiva.
Oggi, la taranta è diventata parte integrante tanto di meeting di musicoterapia, quanto di rave-parties metropolitani, che non ne dimenticano l’origine popolare. Dei punti di riferimento e di aggregazione sono diventati le edizioni dei festival "Tarantella Power" a Caulonia (Calabria), Melpignano e Torrepaduli (Puglia).
Sull’onda di questo fenomeno è nato in Calabria il progetto “Taragnawa”, una collaborazione tra musicisti calabresi (gruppo Phaleg) e musicisti maghrebini (in particolare l’algerino Nour Eddine), cultori della tradizione gnawa. Un’esperienza dove le musiche e i riti taumaturgici calabresi e maghrebini si fondono in un incontro in cui la musicalità è scandita da un ritmo di trance e possessione.
La tradizione della confraternita gnawa (pron. ghnàua), risale all'arrivo nel Maghreb di neri deportati dai paesi dell'Africa occidentale subsahariana (Mauritania, Senegal, Mali, Niger, Guinea) attraverso le rotte dei traffici di schiavi, in seguito all'abbattimento dell'ultimo dei grandi imperi dell'Africa occidentale, nel XVI secolo dopo la conquista di Timbuctu. L'incontro tra le antiche pratiche religiose dell'Africa centrale e la cultura araba (soprattutto il sufismo), diede vita all’ usanza gnawa, che si sviluppa su una musica ipnotica, molto ritmica, basata su una scala pentatonica.
Musicisti e danzatori realizzano una complessa liturgia coreutico-musicale, chiamata Lila. Un rito che dura un’intera notte, dove gli spiriti divini scendono sulla terra e la comunità gnawa viene salvata dal male. La danza é accompagnata da strumenti particolari: il guimbri (o guembri, o anche hajhouj), liuto berbero a cassa di legno piriforme, talvolta ricavata da un guscio di tartaruga suonato dal “ m'allem”(maestro che conduce il rito)sia come strumento solista, sia per l'accompagnamento dei cantie le krakeb (nacchere in ferro) che si suonano a coppie battendole ritmicamente l'una contro l'altra e che incitano l'incalzare del ritmo e della danza. L’origine del suono provocato dalle krakeb, deriva dalle catene che gli schiavi avevano ai piedi e che battevano fra loro durante il rito.
Ancora oggi, a sud del litorale marocchino, sulla ventosa spiaggia di Essaouira, si svolge ogni anno, nel mese di giugno, uno degli appuntamenti più importanti per quanto riguarda la musica gnawa. Un festival, arrivato alla VII edizione, dove musicisti di varie nazionalità e diversa appartenenza etnica si uniscono ai maestri gnawa, raccogliendosi in un omaggio a questa tradizione e arricchendola con nuove contaminazioni.
E’ importante notare come gli scambi culturali con le comunità immigrate sul nostro territorio, sommati al potere informativo di internet, abbiano reso possibile il confluire in luoghi di incontro e scambio musicale interculturale, di tradizioni che originano dalla medesima comune matrice. Ritmi ossessivi, danze circolari, esaltate dall’incalzare delle percussioni, caratteristiche della tarantella calabrese come dei riti gnawa, ed altre manifestazioni taumaturgiche del Mediterraneo.
Riti che si assomigliano, e che si sono fusi attraverso le rotte di questo mare, tra i popoli e le etnie che vi si affacciavano.
Il Mediterraneo, un mare che ci guarda e al quale guardiamo, ma che ancora non conosciamo. Un mare che nel corso dei secoli ha messo in contatto le popolazioni che si sono insediate lungo le sue rive ma che è diventato, purtroppo, l'elemento di scissione di due mondi, l'Occidente e l'Oriente.
Mi piace pensare che la musica, intesa come specchio di una delle tante realtà sociali, faccia emergere l’immagine di un altro Mediterraneo, che ha nella propria essenza l’allegria, la sete di libertà e la voglia di confronto.
(Antonio Pumpo - Milano, 09/01/2005) |