Danza gioiosa e coinvolgente, la cui tradizione proviene dalle montagne della Cabilia, regione algerina a maggioranza berbera.
E’ una danza femminile, di espressione al tempo stesso personale e corale, legata alla celebrazione della raccolta delle olive, accompagnata dalla musica tradizionale e dai richiami gioiosi delle donne (youyou). I costumi e la gestualità si rifanno a questa tradizione, anche se la danza attuale si è molto evoluta, in seguito al métissage culturale portato dalla diaspora politica dei Cabili.
E’ caratterizzata da un ampio uso dello spazio: le danzatrici sembrano scivolare sul pavimento spinte dalla forza del bacino in un moto stabile e omogeneo e al tempo stesso cadenzato da accenti rapidi e secchi dei fianchi. Anfore portate in equilibrio sulla testa o, più frequentemente, i foulard berberi dalle folte e coloratissime frange accompagnano la danza sottolineando i movimenti del bacino ed espandendo nello spazio i giri su piede perno, oppure scandiscono essi stessi il ritmo guidati in rapidi giri dalle mani della danzatrice. Nella versione più moderna,ispirata dalle contaminazioni della grande tradizione musicale cabila (un nome fra tutti: Idir), l’uso del foulard supplisce allo scarso uso delle braccia proprio di questa tradizione e regala spunti coreografici interessanti, che ben si sposano con intuizioni ispirate dalla danza contemporanea.
Djamila Henni Ch’ebra, nell’ottima pubblicazione “ La danza ne mondo arabo”, la classifica come una delle danze più difficili da eseguire dal punto di vista tecnico, per il particolarissimo movimento rapido e continuo del bacino eseguito dalla danzatrice mantenendo un forte contatto della pianta dei piedi con il pavimento.
Chi ha avuto la fortuna di vederle ballare a ginocchia scoperte, avrà notato che le donne cabile compiono un movimento rotatorio rapido con il bacino, culminante in un accento piccolo e secco nella direzione del moto e si spostano nello spazio con la spinta della parte anteriore del piede che segue (senza mai utilizzare la mezza punta in maniera netta). Una importante standardizzazione del movimento (operazione indispensabile per consentirne l’insegnamento e la riproducibilità) , è quella proposta dal grande coreografo Elhadi Che riffa, che consiste in un potente colpo di bacino nella direzione del moto, tenendo la pianta del piede in appoggio a terra ed il piede che segue in mezza punta.
In entrambe le versioni la stabilità del movimento è data da un forte controllo nei glutei e della base dei muscoli addominali, che permettono al movimento di essere secco e preciso e al tempo stesso di spostare il corpo nello spazio scivolando sul pavimento senza sobbalzi.
Affascinano e colpiscono gli ampi e coloratissimi costumi tradizionali(djebba),caratterizzati da elaborate passamanerie che ornano i bordi del vestito, impreziosiscono la scollatura e le spalle e cingono la vita ; vera e propria “divisa” delle donne berbere è la foudha, tessuto a larghe strisce gialle, viola e rosse, che scende fino alle caviglie cingendo i fianchi. Infine la cintura (h'zam,ì ), usata per la danza e composta da fili di lana intrecciati e culminanti in variopinti pon pon che valorizzano e amplificano il movimento dei fianchi. Lo stesso ornamento accompagna il mharma, foulard triangolare, nero o a motivi floreali, che copre i capelli ed incornicia il viso.
Noti in tutto il mondo, i fastosi gioielli berberi in argento e corallo (o a volte monete e conchiglie) ornano il corpo della danzatrice.
Accompagna la danza il ritmo ossessivo scandito dal “tbal”, tamburo di pelle di capra, e dal bendir, con la melodia disegnata dal suono stridente delle “iretta”, sorta di trombette che sopravvivono anche nelle forme musicali più moderne e contaminate come elemento fortemente caratterizzante una tradizione musicale che viene da lontano:la musica cabila viene dalla Turchia e ha attraversato Medio Oriente e Nord Africa prima di crescere ed evolversi sulle montagne abitate dagli Amazigh (uomini liberi , come i berberi si definiscono), e lì sposarsi ad una tradizione poetica quasi millenaria.
(Alessandra Centonze) |